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Gestione dei conflitti in azienda: leggere l’attrito prima che diventi una frattura

  • 26 giu
  • Tempo di lettura: 6 min
ceo seduti a un tavolo ragionano sui conflitti in azienda

In molte aziende il conflitto viene riconosciuto solo quando qualcuno alza la voce, una riunione si interrompe o due responsabili smettono di parlarsi. In realtà comincia molto prima.


Una decisione continua a tornare sul tavolo. Due funzioni interpretano in modo diverso la stessa priorità. Un manager evita di coinvolgere un collega perché sa già come reagirà. Le persone mantengono un comportamento formalmente corretto, mentre il lavoro rallenta e le informazioni iniziano a circolare male.

A quel punto il CEO interviene per ristabilire il funzionamento. Cerca un accordo rapido, chiarisce le responsabilità o prende direttamente la decisione. L’urgenza rientra, almeno per qualche tempo, ma la causa che ha generato il conflitto può restare intatta.


La gestione dei conflitti in azienda richiede quindi qualcosa di più della capacità di mediare tra due posizioni. Serve capire che cosa sta producendo l’attrito, quali interessi sono in gioco e quale modalità di intervento è adatta a quella specifica situazione.


Questo non significa eliminare il conflitto. In un’organizzazione viva, divergenze e punti di vista differenti sono fisiologici e, quando vengono gestiti in modo sano, anche auspicabili: mettono alla prova le decisioni, fanno emergere informazioni che altrimenti resterebbero ai margini e impediscono che un consenso solo apparente nasconda problemi irrisolti. L’obiettivo non è evitare l’attrito, ma creare le condizioni perché resti sul merito e produca apprendimento, anziché trasformarsi in una frattura.


È uno dei temi che abbiamo affrontato durante l'ultimo incontro di Hike Up Impact condotto da Claudio Belotti, Executive Coach e formatore con una lunga esperienza al fianco di leader e organizzazioni. Una giornata di lavoro dedicata a quella che Belotti ha definito “l’architettura del conflitto”: l’insieme di persone, obiettivi, emozioni, ruoli, linguaggi ed esperienze che determinano il modo in cui una divergenza evolve.


Il conflitto racconta dove l’organizzazione è disallineata


Quando due persone entrano in conflitto, la prima spiegazione riguarda spesso il carattere: sono incompatibili, comunicano male, hanno due modi opposti di lavorare. Può essere vero, ma raramente è tutta la storia.


Durante l’incontro, Claudio Belotti ha proposto una matrice utile per distinguere diverse origini del conflitto. A volte il problema è nel sistema: procedure poco chiare, strumenti inadeguati o responsabilità sovrapposte. In altri casi manca una direzione condivisa e le persone stanno lavorando verso obiettivi differenti.

Esistono poi conflitti legati all’interdipendenza, tipici delle organizzazioni in cui il risultato di una funzione dipende dal lavoro di un’altra. Marketing e vendite, produzione e commerciale, amministrazione e operations possono avere obiettivi legittimi, ma tempi, metriche e priorità difficili da conciliare.

Infine ci sono i conflitti che toccano l’identità, il riconoscimento e i valori personali. Sono quelli in cui la discussione sul lavoro diventa rapidamente una valutazione della persona: “non si fida di me”, “non rispetta il mio ruolo”, “vuole dimostrare che non sono capace”.


Queste situazioni richiedono interventi diversi. Una procedura confusa si risolve lavorando sul processo. Una divergenza strategica richiede chiarezza sulla direzione. Un conflitto relazionale ha bisogno di uno spazio in cui possano emergere percezioni, aspettative e significati che difficilmente si possono affrontare in una email.


Quando si applica la stessa soluzione a problemi di natura diversa, il rischio è ottenere (forse) una tregua senza risolvere il disallineamento.


Prima di discutere, abbassare la temperatura


Uno degli strumenti presentati da Claudio Belotti durante Hike Up Impact è la regola del “salva in bozza”.


L’espressione descrive un passaggio semplice: quando l’attivazione emotiva è molto alta, conviene sospendere temporaneamente la risposta. La conversazione potrà riprendere quando le persone avranno recuperato una maggiore capacità di ascolto e valutazione.


Mettere in pausa la risposta non significa evitarla. Rimandare sistematicamente una conversazione difficile permette al problema di accumulare peso. Fermarsi per qualche ora, dichiarando con chiarezza quando e come il confronto riprenderà, serve invece a proteggere la qualità della discussione.

È una distinzione importante soprattutto per chi guida l’azienda. Sotto pressione, il CEO può essere tentato di chiudere il tema rapidamente, imponendo una soluzione o cercando una riconciliazione immediata. In alcuni casi è necessario decidere in fretta. In altri, quella velocità riduce lo spazio disponibile per comprendere che cosa sta accadendo.


Le emozioni fanno parte del conflitto e contengono informazioni. 


  • La rabbia può segnalare un confine violato o una responsabilità percepita come ingiusta. 

  • La frustrazione può indicare che una persona si sente bloccata o ignorata. 

  • La paura può nascondere il timore di perdere autonomia, ruolo o riconoscimento.


Gestirle significa evitare che prendano il controllo della conversazione, mantenendo però la capacità di ascoltare ciò che stanno segnalando.


ceo discutono, dietro di loro simbolicamente una mano ferma un effetto domino

Gestione dei conflitti in azienda: non esiste uno stile adatto a ogni situazione


Nel corso dell’incontro è stato ripreso anche il modello Thomas-Kilmann, che descrive cinque modalità di gestione del conflitto sulla base di due dimensioni: il grado di assertività con cui difendiamo i nostri interessi e il livello di cooperazione verso quelli degli altri.


Le cinque modalità sono: competizione, collaborazione, compromesso, evitamento e accomodamento. La parte più utile del modello consiste nel superare l’idea che una modalità sia sempre corretta. 


  • La competizione può essere efficace durante un’emergenza o quando serve una decisione rapida e chiara. Se diventa lo stile dominante, però, crea dipendenza dal potere e riduce la disponibilità delle persone a esporsi.

  • L’evitamento può essere ragionevole quando il tema è marginale o quando la tensione è troppo alta per una discussione produttiva. Usato sui problemi importanti, li lascia crescere sotto la superficie.

  • L’accomodamento aiuta a proteggere una relazione o a riconoscere che la posizione altrui è più solida. La sua applicazione continua produce frustrazione e risentimento in chi rinuncia regolarmente ai propri bisogni.

  • Il compromesso permette di raggiungere un accordo in tempi brevi, ma spesso lascia entrambe le parti parzialmente insoddisfatte. 

  • La collaborazione cerca invece una soluzione capace di tenere insieme interessi diversi e richiede tempo, disponibilità e fiducia.


La vera competenza consiste nel saper scegliere. Un leader efficace conosce il proprio stile abituale e riesce a modificarlo quando il contesto lo richiede.


Guardare sotto la superficie del conflitto


Durante Hike Up Impact, Claudio Belotti ha utilizzato l’immagine dell’iceberg dei valori per mostrare quanto sia facile fermarsi alla parte visibile del conflitto: una richiesta, un comportamento o una posizione difesa con particolare rigidità.

Sotto la superficie agiscono però obiettivi, bisogni, paure e valori che spiegano perché quella posizione sia così importante per la persona. Un responsabile che chiede più controllo potrebbe cercare sicurezza e prevedibilità; chi difende la propria autonomia potrebbe voler proteggere la velocità decisionale, il proprio ruolo o il bisogno di riconoscimento.


L’iceberg aiuta quindi a capire che cosa può nascondersi dietro una posizione. 

Il metodo S.P.A.C.E. offre una traccia per ordinare queste informazioni, allargare la lettura del conflitto e individuare il livello su cui intervenire.

Le cinque dimensioni considerate sono:


  • Self: chi sono le persone coinvolte, quali ruoli hanno, come si percepiscono reciprocamente e con quale stato emotivo stanno affrontando il confronto.

  • Purpose: quale risultato vogliono ottenere e quali interessi stanno cercando di tutelare dietro le richieste iniziali.

  • Audience: chi altro è coinvolto, chi subisce gli effetti del conflitto e quali regole organizzative possono contribuire ad alimentarlo.

  • Code: come si sta comunicando, attraverso quali parole, canali e contesti, e a quale livello si sta svolgendo la conversazione.

  • Experience: quali episodi precedenti, aspettative deluse o incomprensioni mai chiarite continuano a influenzare il presente.


Usati insieme, l’iceberg dei valori e il metodo S.P.A.C.E. aiutano il CEO a evitare una mediazione troppo rapida e a comprendere quale problema stia realmente affrontando.

La definizione della parola conflitto tratta da un vocabolario inglese

Il ruolo del CEO: trasformare l’attrito in una decisione migliore


Quando l’organizzazione cresce, il CEO rischia di diventare il punto in cui confluiscono tutti i conflitti. Due responsabili non trovano un accordo, un reparto accusa l’altro di rallentare il lavoro, una persona chiave chiede al vertice di confermare la propria lettura dei fatti.


Intervenire ogni volta permette di sbloccare la situazione, ma nel tempo abitua le persone a portare il conflitto verso l’alto invece di affrontarlo direttamente. Il ruolo del CEO consiste quindi anche nel creare le condizioni perché le divergenze vengano gestite in modo più maturo, attraverso responsabilità chiare, criteri decisionali condivisi e una prima linea capace di discutere apertamente senza spostare il confronto sul piano personale.


Il tempo dedicato a questo lavoro va confrontato con il costo dei problemi lasciati sotto traccia: riunioni improduttive, informazioni trattenute, decisioni rallentate, relazioni logorate e persone valide che si allontanano.

Il lavoro svolto durante Hike Up Impact con Claudio Belotti ha riportato l’attenzione sull’importanza di costruire una lettura completa prima di intervenire:

Chi è coinvolto? Quali interessi si nascondono dietro le posizioni? Quale risultato si vuole raggiungere? Come si sta comunicando? Quanto pesano gli episodi precedenti?


Sono domande che richiedono qualche momento in più, ma aiutano a riconoscere ciò che l’azienda ha bisogno di vedere: un ruolo ambiguo, una priorità incoerente, un processo ormai insufficiente o una relazione che richiede nuove regole.


L’obiettivo è costruire un’organizzazione in cui il dissenso possa emergere abbastanza presto da migliorare le decisioni, prima che l’attrito diventi una frattura.


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